Domenica, 20 Novembre 2016 14:16

TorinoFilmFestival 2016

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Oltre ai numeri, la corposa presentazione della direttrice del TorinoFilmFestival n. 34, edizione 2016, Emanuela Martini.
Dal 18 fino al 26 novembre, www.asfer.it e “Religioni e Società” hanno un inviato che seguirà TFF34. E ne darà conto.

 

Sono 158 lungometraggi, 17 mediometraggi e 38 cortometraggi i film presentati a Torino Film Festival 2016 di cui 46 lungometraggi opere prime e seconde 43 anteprime mondiali 25 anteprime internazionali 8 anteprime europee 73 anteprime italiane Selezionati tra più di 4000 film visionati (tra corti, medi e lungometraggi).

Direttrice: Emanuela Martini – Direttore ospite: Gabriele Salvatores

Diamo qui di seguito le note illustrative delle due maggiori sezioni.

 

TORINO 34

La principale sezione competitiva del festival, riservata ad autori alla prima, seconda o terza opera, presenta quindici film realizzati nel 2016, inediti in Italia. I paesi rappresentati sono: Argentina, Austria, Belgio, Cambogia, Canada, Cile, Cina, Francia, Germania, Italia, Messico, Serbia, UK, Stati Uniti. Come sempre incentrata sul cinema “giovane”, la selezione dei film in concorso si rivolge alla ricerca e alla scoperta di talenti innovativi, che esprimono le migliori tendenze del cinema indipendente internazionale.

Nel corso degli anni sono stati premiati autori ai loro inizi come: Tsai Ming-liang, David Gordon Green, Chen Kaige, Lisandro Alonso, Pietro Marcello, Debra Granik, Alessandro Piva, Pablo Larraín, Damien Chazelle.

Un cinema “del futuro”, rappresentativo di generi, linguaggi e tendenze. Nel 2015, Keeper di Guillaume Senez (Belgio/Svizzera/Francia, 2015) ha vinto come Miglior film; La patota di Santiago Mitre (Argentina/Brasile/Francia, 2015) ha ottenuto il Premio speciale della giuria; Dolores Fonzi, per La patota di Santiago Mitre, ha vinto il Premio per la migliore attrice; Karim Leklou, per Coup de chaud di Raphaël Jacoulot (Francia, 2015), ha vinto il Premio come miglior attore.

 

FESTA MOBILE

Si apre con Between Us, la commedia drammatica americana su una coppia il cui rapporto va in crisi nel momento stesso in cui decidono di sposarsi, diretta da Rafael Palacio Illingworth e interpretata da Olivia Thirlby (Juno) e Ben Feldman (Mad Men), e si chiude con Free Fire, adrenalinico scontro a colpi di arma da fuoco e di battute tra dodici uomini e una donna, in una fabbrica dismessa a Boston negli anni ‘70, diretto da Ben Wheatley e interpretato da Cillian Murphy e Brie Larson (Oscar 2016 per Room).

Ma Festa mobile presenta soprattutto i film raccolti durante l'anno per portare al TFF le opere più attese o che ci sono piaciute di più tra la produzione mondiale inedita in Italia. I più attesi: Sully, la storia dell'ammaraggio sull'Hudson nel 2009 dell'aereo pilotato da Chelsey "Sully" Sullenberg, diretto da Clint Eastwood e interpretato da Tom Hanks e Aaron Eckhart; Roberto Bolle: l'arte della danza, il documentario diretto da Francesca Pedroni che segue il tour estivo della Bolle &Friends tra Pompei, le Terme di Caracalla e l'Arena di Verona; Free State of Jones di Gary Ross, con Matthew McConaughey, la storia del disertore dell'esercito confederato che alla fine della Guerra di Secessione creò uno stato autonomo antisegregazionista; Absolutely Fabulous, versione cinematografica di Mandie Fletcher della sitcom britannica con Jennifer Saunders e Joanna Lumley; Bleed for This, ritorno alla regia di Ben Younger (Boiler Room) con il biopic sul pugile Vinny Pazienza, con Miles Teller (Whiplash) e Aaron Eckhart; Kate Plays Christine di Robert Greene, docu-fiction in cui Kate Lyn Sheil si prepara per interpretare il ruolo di Christine Chubbuck, la giornalista il cui suicidio in diretta tv nel 1974 ispirò Quinto potere di Lumet; La loi de la jungle, la scatenata commedia demenziale di Antonin Peretjatko, con Vincent Macaigne, Vimala Pons e Mathieu Amalric, grande successo in Francia; Romeo and Juliet, ripresa del recente allestimento londinese di Kenneth Branagh, con Lily James e John Madden (Cenerentola e il Principe in Cinderella), ambientato negli anni ‘50 e piena di suggestioni felliniane; Le fils de Jean, viaggio attraverso due continenti e alcuni segreti familiari firmato da Philippe Lioret (Welcome); Fixeur, il nuovo, serrato dramma morale di Adrian Sitaru, su un tirocinante dell'agenzia France-Presse di Bucarest che scova un caso scottante sul quale fare carriera.

Quello che ci è piaciuto di più nei festival stranieri: Isabelle Huppert irresistibile in Elle di Paul Verhoeven e L'avenir di Mia Hansen-Løve, nei quali gioca con grinta e humor sui casi che possono sconvolgere la vita di una signora non più giovanissima; l'aspro, paradossale resoconto della vita da "separati in casa" della coppia composta da Bérénice Bejo e Cédric Khan, in uno dei film più belli di Cannes 2016, L'économie du couple di Joachim Lafosse; la satira feroce e la logica stringente con cui Danis Tanovic ci parla di Europa in Death in Sarajevo, dalla pièce di BernardHenri Lévy; l'atmosfera arroventata e claustrofobica di Eshtebak/Clash di Mohamed Diab, con manifestanti di fazioni diverse rinchiusi in una camionetta della polizia nel centro de Il Cairo; la sontuosa maestria con cui Lav Diaz racconta l'epopea del rivoluzionario filippino Andrés Bonifacio y de Castro in A Lullaby for a Sorrowful Mystery; la misura dolente e ironica con cui Terence Davies ricostruisce la vita, la casa e le relazioni affettive di Emily Dickinson in A Quiet Passion; l'umorismo laconico e straniante di The Happiest Day in the Life of Olli Maki del finlandese Juho Kuosmanen; il serrato gioco della macchina da presa e la densa efficacia dei dialoghi di Ilegitim di Adrian Sitaru; il terribile dilemma in cui viene invischiato un tassista cinese in Lao Shi, noir metropolitano di Johnny Ma; la lucida, affannosa lotta per la sopravvivenza della famiglia di disperati di Ma' Rosa di Brillante Mendoza; la fisicità spigolosa e nervosa con cui Mercenaire di Sacha Wolff segue il suo protagonista dalla Nuova Caledonia alla Francia; lo humor e la tenerezza con cui Maha Haj (scenografa per Elia Suleiman) descrive i giorni sempre uguali di una coppia di pensionati israeliani in Personal Affairs; la vitalità sregolata e anticonformista con cui Alain Guiraudie ci parla ancora di sessi e generi in Rester vertical; il perfetto gioco di riflessi tra un serial killer e il poliziotto che gli dà la caccia nel thriller Psycho Raman dell'indiano Anurag Kashyap (Bombay Velvet, Ugly); la spudorata spavalderia dei poliziotti Alexander Skarsgård e Michael Peña nel travolgente poliziesco War on Everyone di John Michael McDonagh (The Guard, Calvary).

Qualche indie: il sofferto Live Cargo di Logan Sandler, con Dree Hemingway e con inedite Bahamas fotografate in bianco e nero; Morris from America, tenero coming of age di un 34° TORINO FILM FESTIVAL 15 tredicenne afroamericano trapiantato con il padre in Germania; i due film più recenti di un giovane autore francese habitué del TFF, Sébastien Betbeder (Les nuits avec Théodore, 2 automnes 3 hivers), che con Marie et les naufragés e Le Voyage au Groenland porta il suo humor stralunato su un'isola della Bretagna e tra i ghiacci del Nord; Wexford Plaza della canadese Joyce Wong, storia dolceamara di una ragazza sovrappeso che fa la guardia notturna in un centro commerciale e cerca l'anima gemella su una app. E, last but not least, un gruppo di film italiani: da Slam - Tutto per una ragazza, nel quale Andrea Molaioli riambienta il romanzo di Nick Hornby a Roma, al mockumentary Sono Guido e non Guido, nel quale Alessandro Maria Buonomo inventa un fratello gemello autore delle poesie di Guido Catalano; dal viaggio di Maurizio Zaccaro attraverso il mondo, per chiedere a intellettuali, artisti, filosofi, politici che cos'è oggi la felicità (La felicità umana) a quello di Elisabetta Sgarbi sui volti e i corpi degli umili ritratti dal Romanino nei suoi affreschi in tre chiese della Val Camonica (La lingua dei furfanti); dallo sguardo sugli anni ‘60 di Steve Della Casa, che in Nessuno ci può giudicare rievoca l'impatto che ebbero il rock italiano e i musicarelli sui cambiamenti radicali del decennio, a quello di Daniele Segre, che in Nome di battaglia donna ricostruisce la Resistenza attraverso le testimonianze delle partigiane piemontesi che parteciparono alla lotta; dall'omaggio a Gipo Farassino, lo chansonnier torinese paragonato a Brassens e Montand (Gipo, lo zingaro di Barriera di Alessandro Castelletto), al sensuale viaggio nell'erotismo compiuto da una scrittrice straniera in una villa italiana (Sadie di Craig Goodwill), entrambi sostenuti dalla Film Commission Torino Piemonte.

(Emanuela Martini)

 

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