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Sabato, 28 Gennaio 2012 15:33

Lettere dalla fine del mondo. III. La Patagonia

Scritto da  Gerardo

Un ritratto inedito dell'arrivo, circa 150 anni fa, di una colonia di gallesi e della loro integrazione e scambio con le popolazioni indios Tehuelches. E poi la Guerra del deserto intorno agli anni Ottanta di quel secolo, il diciannovesimo, con cui il governo argentino intese regolare la questione degli indios della Patagonia. Un ritratto breve ma saliente.



Lettere dalla fine del mondo.

III. La Patagonia



Nel violento processo di conquista del nuovo mondo da parte degli europei, c'è un episodio che sembra essere sfuggito a quella logica di aggressione e depredamanto selvaggio. Nel 1865 una nave con 153 gallesi (per lo più ex minatori e cavatori di pietra, nazionalisti accesi, stufi di una vita grama e del dominio inglese) salpò da Liverpool alla volta dell'Argentina.
Sbarcarono a 300 miglia a sud di Buenos Aires e chiamarono il luogo Puerto Madryn. Alle loro spalle un bizzarro e inquietante oceano: di fronte la sconfinata e sconfortante (per chi cercava un nuovo Eden) meseta patagonica. Ai loro occhi profani monotona e improduttiva.
Animati da spirito pionieristico, la maggior parte di loro seguì a ritroso il corso del fiume Chubut alla ricerca delle sorgenti e di un terreno più adatto per quella agricoltura che, seppur analfabeti in materia, avevano intenzione di impiantare. Si fermarono in quella vallata e da contadini inventatisi sul posto, per prova ed errore, aiutati un pò anche dal governo argentino, riuscirono a incalanare le acque del Chubut e a rendere quella terra fertile e produttiva.

Ma un altro alleato trovarono in questa opera di colonizzazione. Gli indios Tehuelches. I quali insegnarono ai nuovi intrusi a domare i cavalli e a praticare la caccia. La meseta patagonica si rivelò ricchissima di animali: il silenzioso enigmatico prolifico guanaco; la lepre mara, che ha una stazza di un piccolo cinghiale; il choiche, una sorta di piccolo struzzo; svariati roditori e uccelli di tutti i tipi.
I gallesi offrirono pane bianco, i Tehuelches quarti di guanaco. Insieme ai prodotti della meseta rimasta selvaggia e di quella addomesticata, si scambiarono cortesia e rispetto.

Non così il governo argentino (quello stesso che aveva aiutato i gallesi), il quale con la famigerata "guerra del deserto" (1879-83) operò una sistematica campagna di sterminio degli indios della Patagonia, a cominciare dai Tehuelches per coinvolgere inoltre i Apuche, gli Ona, gli Yamana e altre popolazioni indigene. Campagna, purtroppo perfettamente e diabolicamente riuscita.
I Tehuelches non esistono più. Esistono solo nell'ipocrisia dei governi locali e nazionali che innalzano monumenti all'Indio, parlando con lingua menzognera di Tehuelches-Mapuche. Ben sapendo che da tempo i sono scomparsi.
Quanto ai gallesi si sono insediati definitivamente e tracce ne restano sia nella architettura sia nelle chiese di rito protestante di stampo calvinista. Hanno lottato per mantenere la loro identità. Ma sostanzialmete si sono integrati e sono argentini a tutti gli effetti. Sale da tè e le numerose chiese (con i relativi cori e riti) sopravvissute sono diventate un richiamo culturale e turistico. Niente di più.

Giuseppe Picone

Puerto Madryn, 27 gennaio 2012
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