Dante e Leopardi in Michelangelo Picone
Davanti al folto e attento pubblico della Biblioteca Comunale di San Gimignano, Gaspare Polizzi si è soffermato su un saggio di Michelangelo Picone dal titolo "L'infinito di Leopardi e il mito di Ulisse", un testo del 1989 uscito su <Lettere Italiane>.
Il saggio di M. Picone ha apportato una interpretazione originale dei rapporti tra Dante e Leopardi, sfociata in una lettura altrettanto inconsueta de "L'infinito".
Polizzi ha instaurato un proficuo dialogo con il testo analizzato prospettando in chiusura della sua lezione una tesi affascinante e singolare su motivi e personaggi che spingono e animano la scena poetica che ha come esito finale il famoso idillio leopardiano.
L'audio della conferenza
Sintesi dell'intervento di Polizzi
La riflessione si è articolata in quattro tempi, partendo dal saggio di Michelangelo Picone L'infinito di Leopardi e il mito di Ulisse (in Lettere italiane, 1989).
Dante e Leopardi, due poeti cosmici. Il legame più immediato – la canzone Sopra il monumento di Dante che si preparava a Firenze (1818) e l'Appressamento della morte del 1816 – è solo la superficie. Il nodo vero sta nella diversa qualità della loro cosmicità: solare in Dante, che culmina nella visione luminosa dell'Empireo e in una cosmicità sostenuta dalle solide verità teologiche; lunare e notturna in Leopardi, dove la luna stessa, nell'ultimo canto, Il tramonto della luna, scompare. È la differenza fra la sicurezza nella verità della fede medievale e la tragicità moderna dello spaesamento – ben rappresentata dal frammento Spavento notturno (Alceta racconta a Melisso il sogno della luna caduta dal cielo, lasciando un cratere vuoto). A margine, Polizzi ha ricordato come Patrick Boyde, in Dante e la scienza, abbia ricostruito sperimentalmente, con candele e specchi, l'esperimento sulla densità lunare del secondo canto del Paradiso: aveva ragione Beatrice, non Dante.
Le risonanze dantesche negli scritti di Picone. Polizzi ha messo in luce tre riferimenti dagli Scritti danteschi. Il primo è il rapporto fra Beatrice e le figure di Silvia e Nerina: bellezze e virtù che non sono di questo mondo, da cercare «tra le idee di Platone, nei pianeti del sistema solare» – una resa terrestre, secondo Picone, della ricerca di Beatrice. Il secondo e il terzo sono di carattere strettamente lessicale: il binomio dantesco cinta/ornata e il motivo della corona di fiori riecheggiano, per Picone, nella donzelletta del Sabato del villaggio e rinviano a Matelda nel Purgatorio, là dove «cantando e scegliendo fior da fiore [...] si farà una corona».
L'Infinito e il mito di Ulisse. Il cuore della tesi di Picone è il contrasto fra nostos e quête. Il nostos è l'Ulisse omerico: il viaggio del ritorno come formazione, conoscenza, apertura all'altro. La quête è invece l'Ulisse dantesco, l'Ulisse medievale, condannato per la sua hybris a un naufragio individuale fuori dalle leggi divine. È quest'ultimo Ulisse che arriva a Leopardi e ai romantici. L'idillio L'infinito diventa allora, per Picone, un viaggio mentale in cui l'io – «un Ulisse interiore» – parte dal finito per raggiungere l'infinito e l'eterno, naufragandovi. È sull'aggettivo dolce che Polizzi insiste: in Dante è la pienezza della visione paradisiaca; in Leopardi è capovolto, è il naufragio a essere dolce – cioè l'impossibilità stessa di raggiungere quella visione. Polizzi ha proposto una piccola distinzione personale: Ulisse non è figura amata da Leopardi (lo Zibaldone è esplicito: «non è un essere amabile», troppo controllato e prudente); il vero Ulisse leopardiano della quête è semmai il Cristoforo Colombo del dialogo con Pietro Gutierrez, teso a oltrepassare ogni indizio, ogni sicurezza, anche senza arrivare alla meta.
Un'ipotesi: Marco Polo come Ulisse dantesco. L'ultimo movimento della conferenza è stata un'ipotesi che Polizzi avrebbe voluto discutere con Michelangelo Picone. Perché Ulisse, in Dante, viaggia sotto l'equatore, dove – per la dommatica medievale – non doveva esistere l'umanità? Polizzi ha indicato la pista di Marco Polo. Dante conosceva Il Milione nell'edizione fiorentina e probabilmente conobbe Marco Polo di persona durante l'ambasceria veneziana. Soprattutto, Pietro d'Abano – l'astronomo padovano poi condannato come eretico – aveva raccolto dalla viva voce di Marco Polo la notizia del cielo dell'emisfero australe, delle stelle nuove, della terra abitata sotto l'equatore. Dante quelle stelle le cita nel Paradiso, simbolicamente, ma le cita: la fonte più sicura è proprio d'Abano. Marco Polo, allora, potrebbe essere l'Ulisse dantesco condannato per hybris: per aver oltrepassato i confini che le leggi divine assegnavano all'umano. Un'ipotesi, ha precisato Polizzi, lasciata al pubblico.
Nel breve spazio per le domande, una sollecitazione sull'intelligenza artificiale ha portato Polizzi a richiamare la Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi delle Operette morali: la denuncia leopardiana di una tecnologia chiamata a sostituire ciò che gli uomini, sul piano dei sentimenti, non sanno più dare. Una contraddizione, allora come oggi, perché – ha concluso Polizzi – «è sempre l'umano che deve orientare la macchina, e mandare i prompt giusti».
Da qui puoi scaricare il testo dell'intervento.