Mercoledì, 05 Aprile 2006 03:43

E la massa tuonò: “Santo (Tutto e…) subito!”

Scritto da  Gerardo

Una foto di Karol WojtylaNel seguito pubblichiamo una riflessione a un anno dalla scomparsa di Karol Wojtyla.

In questi giorni, ricordando la scomparsa di Karol Wojtyla, sono state prontamente espettorate commosse urgenze di immediata beatificazione.

Forse aveva ragione Ratzinger, quando diceva di non avere in simpatia il clima da stadio, gli applausi, così televisivi, and so on…
Ma quando alla radio, appunto un anno fa, sentimmo dire che in Piazza San Pietro c’erano questi “striscioni” inneggianti all’immediata santificazione di Karol Wojtyla, immaginammo quella stessa folla, machiavellico “vulgo”, inneggiante, con cadenza da tifoseria (così alla moda, così “presidenziale” – Dio volendo, ancora per poco), al diktat della nostra “civilissima” società: l’imperativo del consumo e della soddisfazione immediata.
Ma quanto è civile, quanto sviluppata, quanto progredita? O piuttosto, non si tratta di una regressione a uno stadio, per così dire, ferino?

Forse, aveva ragione Freud, che ne “Il Disagio della Civiltà” insisteva, continuava a chiamare questa in due distinte maniere: “civiltà” (Kultur) e, appunto, “civilismo” (Zivilismus), per sottolinearne il senso deteriore.
Quella che qui vorremmo fare è una considerazione di “clinica sociale”, intesa come la clinica di quel sintomo che è la società.
Con una premessa, che al tempo stesso è un’ipotesi: proprio come Lacan dice che l’Io è il sintomo del soggetto, analogamente, perché non dire che la società – civilizzata o, per dirla ancora con Freud, “incivilita” – è il sintomo della cultura?
Ebbene, fatta questa premessa, vediamo cos’abbiamo sotto gli occhi.

Abbiamo il dilagare di patologie “ossessivo-compulsive”. Queste, lungi dall’esaurirsi nell’abuso di sostanze stupefacenti (alcol, psicofarmaci, cocaina, altre droghe sintetiche e così via), che semmai del consumismo generano, rappresentano il paradigma, si presentano come il conto da pagare per i nostri “usi e consumi”. Dalla “cultura” dell’usa e getta a quella dei medicinali che fanno passare il sintomo in un istante, allo shopping… riparatorio, ai disastri dell’alimentazione.
“Tutto e subito”, urla quindi la società dei consumi, palesando il suo essere sintomo di una cultura, di una civiltà, che forse così “avanzata”, così “progredita”, non è.

Ci viene in mente “L’uomo dei boschi”, una “Lezione magistrale” del prof. Giovanni Pierini (Università di Bologna).
“L’uomo dei boschi”, il silvaticus, diceva il Professore, è “l’uomo dalla forza devastante, che non articola lemmi e che atterrisce”, e continuava “lo si fugge, ma è lui il nostro autentico sé ripudiato […] e la coscienza lo sa”. Dallo sviluppo di questo argomento, peraltro incomprensibile da queste poche parole, interessa qui trarre le considerazioni svolte riguardo alle sorti dell’Anima.
“In questo viaggio – continuava il Professore – occorre imparare una cosa fondamentale: dai bisogni immediatamente soddisfatti del periodo infantile occorre muovere coraggiosamente alla necessità di differire l'appagamento sostenendo la dilazione e attivando una ricerca attiva e personale, la sola che ci porterà a conoscere le sfaccettature della foresta, simbolo di ciò che si manifesta a noi nella vita e nell'operazione di ricerca. La rottura o l'impedimento al viaggio portano alla follia dell'allucinazione come tentativo estremo di sostituire la perduta speranza di appagare il bisogno. Nello spazio fra desiderio e appagamento si delimita quello indispensabile alla nascita del pensiero. Tutte le sostanze o i comportamenti che cortocircuitano i due momenti del desiderio e dell'appagamento inducono dipendenza, azzerando il pensiero, generando poi l'altro grave aspetto della svalutazione della realtà, dato che non è più l'esperienza a portarci verso comportamenti di appagamento, ma un suo sostituto”.
Inoltre, “la nostra Psiche vorrebbe fuggire […] ma la perdita del contatto con la realtà apre una via alla perdita della mente, alla morte dell'Anima, come accade ad esempio nell'uso di stupefacenti, di ciò capaci per via della profonda motivazione di ordine psicologico, piuttosto che strettamente farmacologico. La morte di Psiche segue l'aumento della forza distruttiva del cupio dissolvi, dell'istinto di morte secondo l'interpretazione psicologica”.

Gli studiosi sanno bene che questo genere di malattia, che potremmo definire un martellamento della mente sulla delicate fibre dell’anima, è particolarmente ostico da rimuovere, poiché è l’antichissimo sistema del piacere (e) della ricompensa che viene compromesso da questi “usi”, usi che non sono, in definitiva, di una qualche sostanza ma che riguardano ciò che si fossilizza nel comportamento, grazie all’ossidante insidiosità dell’abitudine. E alla rassicurante facilità procurata dai mezzi che, agli evolutissimi occidentali, tanto semplificano la vita.

Verrebbe di concludere con due versi…

Una pillola contro l'insonnia
trascura una grande occasione.
Io pago, lei risolve.
Con il disagio, il pensiero.

La chimica vince sul corpo.
Non chiede, trasforma.
Non parla, agisce.
Risparmio di.
Pensiero?

Un paio di scarpe, una giocata
e trascuro una grande occasione.
Io pago e si risolve.
Con il disagio, il pensiero.

L'abitudine vince sul corpo.
Che trasforma.
E agisce.
Muta.

Consumi, bisogni, comodità.
Queste le catene
coperte di fiori,
che inchiodano l’uomo,
ormai corpo,
al suo dì.


Ma preferiamo chiudere dialogando e allora ci chiediamo chissà che ne avrebbe pensato il povero grande Karol Wojtyla, come l’avrebbe sentita nel suo cuore questa “tossica rivendicazione”.
Certo, non possiamo chiederglielo. Ma ci incuriosirebbe conoscere l’opinione del teologo e papa Joseph Ratzinger.
Non ci sogniamo di fare come la brillante attrice comica, che al termine del suo discorso puntualmente chiede: “Cardinal Ruini…”.
Piuttosto chiederemmo direttamente al nuovo Papa: “Gentile operaio della vigna, ma quanta fillossera nelle tue viti?”
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