Domenica, 30 Marzo 2014 12:13

Mario Miegge (1932-2014). In memoriam

Scritto da  Gerardo

Riccardo Nanini ci ha gentilmente inviato il necrologio che ha scritto per Mario Miegge. Lo riportiamo qui nel seguito, corredato da una foto.




Mario Miegge (1932-2014) in memoriam
di Riccardo Nanini


Figlio del teologo valdese Giovanni (1900-1961), leader morale e spirituale di tutta una generazione di intellettuali evangelici antifascisti, e di Ellen Pons, nata negli Stati Uniti da genitori originari delle Valli valdesi, Mario Miegge è nato ad Aosta nel 1932 e ha compiuto gli studi secondari al liceo valdese di Torre Pellice. Dopo gli studi filosofici alla “Sapienza” di Roma con Ugo Spirito, ha insegnato dapprima al liceo classico di Avezzano, per intraprendere in seguito la carriera accademica, prima a Urbino e poi a Ferrara. Nel 1965 è diventato libero docente di filosofia morale; nel 1971 ordinario di filosofia. Nell’Ateneo estense è stato tra i fondatori della Facoltà di Magistero, trasformata all’inizio degli anni ’90 in Facoltà di Lettere e Filosofia, di cui è stato anche preside, primo direttore del Dipartimento di Scienze Umane e direttore della Biblioteca di Facoltà. Dopo aver insegnato anche filosofia della storia e filosofia delle religioni (plurale che non mancava mai di sottolineare), è diventato professore emerito di filosofia teoretica nel 2003.

Negli anni ’60 ha partecipato alla redazione dei “Quaderni rossi” fondati da Raniero Panzieri, storica rivista della sinistra operaista italiana; nel decennio successivo ha collaborato ai corsi delle “150 ore”, la pionieristica iniziativa di educazione degli adulti promossa dai sindacati metalmeccanici. Tra gli anni ’80 e gli anni ’90 è stato, per due legislature, consigliere comunale a Ferrara per il PCI (da indipendente). Membro attivo della Chiesa valdese, Miegge ha collaborato attivamente con “Agape”, il centro ecumenico della Tavola Valdese, e ha fatto parte della Commissione per gli Affari Internazionali del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra.

Mario Miegge è stato membro dell’international board di Religioni e società per molti anni.

Tra le sue opere, il volume “Religione della Storia antologica dei problemi filosofici” diretta dal suo maestro (Sansoni, Firenze 1964), rielaborazione della tesi di laurea; “I talenti messi a profitto (Argalia, Urbino 1969); “Protestantesimo e capitalismo da Calvino a Weber (con Lilia Corsani Carusi e Ugo Gastaldi, Claudiana, Torino 1983); “Martin Lutero (Editori Riuniti, Roma 1983); “Vocation et travail. Essai sur l’éthique puritaine (Labor et Fides, Genève 1989); “Il sogno del re di Babilonia. Profezia e storia da Thomas Müntzer a Isaac Newton (Feltrinelli, Milano 1995); alcune voci (“Capitalisme”, “Alliance”, “Puritanisme”, “Pilgrim Fathers” e altre) della “Encyclopédie du protestantisme (Les Éditions du Cerf, Paris – Labor et Fides, Genève 1995), la prima delle quali è stata in seguito riproposta, rielaborata e ampliata, nei “Dossiers della Encyclopédie (2001) e in traduzione italiana (“Capitalismo e modernità. Una lettura protestante, Claudiana, Torino 2005); “Che cos’è la coscienza storica? (Feltrinelli, Milano 2004). Nel 2010 Miegge ha riproposto al pubblico italiano, in forma fortemente ampliata e aggiornata, l’opera del 1989, “Vocazione e lavoro (Claudiana, Torino); recentissima è la nuova edizione del libro sul grande riformatore tedesco: “Martin Lutero (1483-1546). “La Riforma protestante e la nascita delle società moderne (Claudiana, Torino 2013).

Intellettuale di grande umanità, versatilità ed erudizione, Miegge – studioso “di cultura protestante e di formazione marxista”, come l’ha definito Paolo Ferrero – focalizza nella sua opera innanzitutto il contesto della Riforma, colta nella sua funzione di crocevia intellettuale e politico, oltre che religioso, della modernità, in tutta la complessità e contraddittorietà che la contraddistingue. Da qui l’attenzione per alcune grandi questioni storico-filosofiche: il senso e la funzione della profezia nella storia e per la storia, proprio al fiorire dell’epoca moderna e della sua pluralità di itinerari; le origini (in realtà antiche) e i mutamenti (tipicamente moderni e postmoderni) di una “coscienza storica” che ha il compito di saldare dialetticamente in sé, in positivo ma anche in negativo, nel singolo ma soprattutto sul piano collettivo, passato, presente e futuro; il capitalismo come epifania storica di una nuova cultura, moralità e spiritualità, prima ancora che sistema economico e modello di secolarizzazione; il concetto di vocazione nell’inestricabile intreccio della sua dimensione religiosa e di quella economica e sociale, entrambe ormai desacralizzate fino all’irriconoscibilità.

In “Che cos’è la coscienza storica?, Miegge cita un noto apologo di Mao Zedong, ripreso dal folklore cinese, intitolato “Come Yu Kung spostò le montagne (p. 204):

“[...] In tempi remoti, nella Cina settentrionale viveva un vecchio che si chiamava: Yu Kung dei monti del Nord. La sua casa dava, a sud, su due grandi montagne: Taihangscian e Wangwuscian, che ne sbarravano gli accessi. Yu Kung decise di spianare queste montagne, insieme coi figli, servendosi di zappe. Un altro vecchio, che si chiamava Gi So, quando li vide scoppiò in una risata e disse: ‘Lavorate per niente: non è possibile che riusciate a spianare due montagne così grandi’. Yu Kung gli rispose: ‘Io morrò, ma resteranno i miei figli; morranno i miei figli, ma resteranno i miei nipoti, e così le generazioni si seguiranno le une alle altre incessantemente. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte, quanto più lavoreremo, tanto più esse diminuiranno; perché non possiamo spianarle?’. Smentita con queste parole la conclusione errata cui era giunto Gi So, senza esitare un istante Yu Kung cominciò a scavare giorno per giorno le montagne. Ciò impietosì il Cielo, il quale inviò sulla terra due angeli, che portarono via le montagne.”

Seppellite le “res gestae che ne avevano invaso per secoli la “Schreibung e liberatasi dalla zavorra, gloriosa e ormai inutile, di fedi fin troppo ragionevoli, ma sostanzialmente irrazionali, nella Provvidenza e nell’escatologia, nel Progresso e nella mitologia dei “Soggetti collettivi”, per Miegge la storia deve finalmente diventare il veicolo in cui “gli ‘io’ e i ‘tu’” scoprono di stare “dentro i ‘noi’ e i ‘voi’”, “determinati nel tempo, nella successione delle generazioni, nei conflitti, nelle paure, nella memoria del passato e nelle attese del futuro” (p. 201). Profezia, coscienza storica, vocazione, lavoro sono alcuni dei concetti che delimitano un percorso – il “temps raconté” di Paul Ricoeur, filosofo di cui era grande estimatore – che Miegge vedeva accidentato ma lunghissimo, sempre profondamente religioso perché sempre profondamente etico. Abilissimo alpinista, “coltivatore del proprio giardino” come il Candide di Voltaire anche in senso proprio nella sua tenuta di Massello, Miegge stesso, come ha scritto il collega e amico ferrarese Piero Stefani, “era una coscienza storica”, un “cum-scire, un “sapere con”. Armatosi di zappa, non ha smesso di scavare giorno per giorno le montagne, certo, prima o poi, dell’impietosirsi del Cielo, e pur ignorandolo con tutte le forze.

Mario Miegge si è spento a Ferrara il 19 marzo 2014 dopo lunga malattia.



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