Giovedì, 28 Ottobre 2004 14:43

"Minoranze, tra identità e sincretismo" - il n° 50 di Religioni e Società

Scritto da  Gerardo

E' uscito "Minoranze, tra identità e sincretismo", il numero 50 di Religioni e Società.

Nella sezione "I Numeri pubblicati", puoi consultarne l'indice generale.
Qui di seguito, pubblichiamo in anteprima l'editoriale del prof. Nesti.


Editoriale

Arnaldo Nesti

Questo numero di Religioni & Società è dedicato a due tematiche diverse, Minoranze
tra identità e sincretismo
e Le icone russe: immaginari e passioni fra letteratura e vita quotidiana, ma unificate dall'impegno di affrontare, in modo indipendente, aspetti del religioso contemporaneo. Tematiche che contribuiscono a dipanare la complessa matassa della fenomenologia religiosa contemporanea. Con l'occasione dell'uscita di questo cinquantesimo quaderno, in una speciale sezione alcuni illustri studiosi hanno voluto in qualche modo solennizzare l'evento e contestualizzare il ruolo e l'azione che da quasi vent'anni svolge questa rivista. In modo particolare Émile Poulat, nel situare la rivista nello scenario internazionale degli ultimi cinquant'anni, osserva: "Les débuts de la 'sociologie religieuse' voici un demi-siècle, c'est déjà de la préhistoire. Volens nolens, les sociologues des religions ont été les acteurs d'un bouleversement beaucoup plus général et radical qui a profondément modifié le statut de leur objet. Ils ne peuvent se tenir sur la rive en observateurs objectivant le flux de la réalité, constatant la santé des sociologues et le dépérissement de la religion. Il s'agit d'une révolution culturelle qui n'épargne personne. Religioni & Società me paraît le lieu indiqué pour s'attaquer à ce noeud gordien et approcher cette grave question".

Ringrazio Poulat per l'immagine che assegna a Religioni & Società che ci lusinga e ci stimola a camminare lungo sentieri spesso da border line. Quale infatti oggi, in particolare, la specificità del fattore religioso? Non sto a riferire quanto si legge in libri e riviste sullo scontro in atto fra le religioni, sulla natura intrinsecamente fondamentalista e aggressiva dell'islam, non sto a riferire quanto viene diffuso anche tramite emittenti radiofoniche che si rifanno al culto mariano circa le relazioni che devono intercorrere fra il cristianesimo o meglio il cattolicesimo e le altre religioni. Il nemico non sarebbe più il comunismo, ma l'islam in quanto civiltà che invera oggi il prosieguo dell'onda oscura dell'intolleranza e dell'irrazionalismo esattamente come il comunismo totalitario sovietico e precedentemente quello nazista tedesco. Si assiste a un'esplosione di luoghi comuni che poco hanno a che fare con l'effettivo fatto religioso, confondendo dati formali di natura anagrafica con forme storico-culturali, fra esperienza religiosa e dati folclorici.

Come ha ben osservato Jacques Derrida "è oggi in atto una globalizzazione, una teatralizzazione mondiale della stessa scena del pentimento e della richiesta di perdono, condizionata dall'onda lunga del retaggio d'Abramo e al tempo stesso dal nuovo contesto del diritto internazionale e quindi dall'aspetto inedito della globalizzazione che i mutati concetti di diritti umani, nonché i nuovi concetti di crimine contro l'umanità e di genocidio, di guerra e di aggressione -capi d'accusa di queste autoaccuse- hanno ingenerato l'ultima guerra d'oggi. Si stenta a valutare la portata di questa questione".

Per quanto enigmatico risulti il concetto di perdono, si dà il caso che l'azione, la rappresentazione, le parole che gli si tenta di adeguare, appartengano a un retaggio religioso (diciamo abraminico, per comprendervi l'ebraismo, i cristianesimi e gli islam). Alla resa dei conti, con l'evolversi di concetti come 'diritti umani' e 'crimini contro l'umanità', la globalizzazione del perdono assomiglia allo scenario immenso di una confessione in atto, dunque a una convulsione-conversione-confessione potenzialmente cristiana, a un processo di cristianizzazione che non ha più bisogno della Chiesa cristiana. Per usare categorie crociane, saremmo di fronte a processi che mettono in risalto come, al di là delle parvenze d'ateismo e di umanesimo secolarizzante, non possiamo 'non dirci cristiani'. Ma che significa un tale riferimento?

Charles Taylor mette in evidenza come l'ideale dell'autenticità del soggetto occidentale sia di chiara origine romantica, ma lamenta che nella società di massa la morte dell'autenticità sia scaduta a forme di espressione banalizzate e narcisistiche che sono proprie dell'edonismo consumistico3. Il mito romantico della libertà individuale degenera in una sorta di relativismo morale per cui i gusti e le scelte del soggetto divengono gli unici criteri di verità. Paradossalmente, in questo delirio di libertà individuale, il soggetto non si rende conto dell''intrappolamento' in cui si trova: da qui il disagio dell'uomo che ha perso ogni riferimento a valori trascendenti e che si trova sempre più succube di automatismi che agiscono al di sopra della sua volontà. All'interno del mondo ortodosso diverse sono le voci critiche della modernità avanzata in quanto permeata di intrinseci caratteri antiascetici. Come ha notato il teologo greco Konstantin Delikostantis, l'ascesi è profondamente legata al problema della libertas, ma la nostra è una società che decide di abdicarvi per ricercare una felicità che, oltre ad essere fittizia, si risolve in una vera e propria schiavitù.

Si assiste allo stesso tempo a una transignificazione simbolica e rituale della tradizione. In questo senso, se il quotidiano è secolarizzato, non necessariamente lo è il non-quotidiano, che rimane un luogo di produzione di identità da cui l'aspetto religioso, anche se profondamente trasformato, non si allontana.

Per quanto concerne l'islam, è il caso di dire che il medium precede il messaggio. All'interno di questo complesso mondo, che pensare di realtà quali l'Iran e l'Arabia Saudita?

L'Arabia Saudita appare l'anello debole dell'area mediorientale, presa com'è dalla morsa di una contraddizione interna al suo regime che potrebbe rivelarsi devastante. Essa ha infatti sviluppato una dottrina tradizionalista, il waabismo, che ha consentito lo sviluppo del radicalismo musulmano, quanto meno sul piano ideologico-religioso. Quella saudita si è poi sviluppata come società del divieto, ma che allo stesso tempo risulta ipertecnologizzata e, in questo, fortemente occidentalizzata. Inoltre una parte significativa dell'islam, a vari livelli, ha avviato una coraggiosa e profonda revisione autocritica, che ha dato il via a un movimento riformatore variamente presente.

Sarebbe un grave errore collegare islam e fondamentalismo, dimenticando fra l'altro che gli stessi rapporti fra islam e cristianesimo non hanno conosciuto soltanto momenti di forte scontro. Nel momento storico di massima concorrenza e scontro erano vive voci, come quella di Nicolò da Cusa, che ribadivano la necessità vitale del dialogo e dell'incontro.

Sono questioni che riaffiorano alla vigilia degli incontri decisivi per l'ingresso di Ankara fra i paesi dell'Unione Europea. Come superare lo scoglio di una visione che concepisce la Turchia come fattore che accresce i rischi di una 'islamizzazione' dell'Europa? E come dissolvere la percezione dell'Europa come di una 'cricca di cristiani' che intenderebbe ridurre la Turchia in schiavitù?

Lo scenario del religioso si presenta dunque come un labirinto, in cui coesistono e si intrecciano universi simbolici che vanno ben al di là di quanto previsto dalle singole appartenenze confessionali e dalla specifica formazione sociale. In tutte le grandi religioni, anche in quelle occidentali, si sono sviluppate, sulla base dei paradigmi della tradizione, correnti che più o meno apertamente combattono la modernità e i suoi linguaggi, riaffermando l'assoluta imprescindibilità del messaggio 'originario,' che non può conoscere aggiornamenti, che non può ammettere alcun cambiamento e che tende a rimuovere in ogni modo la presenza della diversità.

All'interno di quest'ottica vanno inseriti i grandi fondamentalismi dei Testimoni di Geova, delle numerose chiese 'elettroniche' americane, ma anche i fondamentalismi ebraici, cristiani, induisti, islamici ecc.

Lo studio del fenomeno religioso non si sviluppa più in rapporto alla ricerca della verità universale che prevede l'unità di natura e ragione scritta 'nel cuore dell'uomo', bensì in rapporto alla pluralità delle forme di razionalità soggiacente ai fenomeni religiosi, la cui struttura significativa è necessariamente individuale, valevole solo per lo specifico contesto che la origina e sviluppa. Nella fase attuale, dunque, un'analisi del fattore religioso esige una conoscenza di esso come esperienza, come fatto sociale, come nodo semantico espressivo delle distinte esperienze, calato dentro le distinte costruzioni
paradigmatiche di livello storico e socio-antropologico.

Anche il linguaggio, ossia l'esperienza intima del corpo, non è connesso soltanto all'ordine delle parole. Essa unifica il corpo alla parola nel medesimo tempo in cui la parola unifica l'ordine delle cose all'immaginario. In questo tentativo della religiosità contemporanea di oltrepassare continuamente i confini si svela la sua tensione profonda verso la molteplicità del reale, la consapevolezza che nessuna definizione, e quindi nessun sistema, sono in grado da soli di contenere la complessità. È un modo per liberarsi da quello che è stato descritto come 'monoteismo culturale', e aprirsi a un neopoliteismo' del pensiero, in cui le diversità possano convivere e respirare insieme, senza ridursi né sincretizzarsi. Complessa è la situazione di un territorio multiculturale, potenzialmente interculturale, che vede l'avvicendarsi degli spostamenti, migrazioni di interi popoli, promiscuità che mettono a confronto diversità, etnie, meticciamenti, difficoltà spiranti all'integrazione, all'accettazione, all'accoglienza e alla condivisione dell'altrui differenza, non per sconfiggerla, annientarla, ghettizzarla, deturparla, omologarla in piatte, avvilenti, discriminatorie standardizzazioni, ma per riconoscerla e rispettarla, nella valorizzazione, nell'arricchimento e nell'accrescimento reciproci; è il teatro della fiumana degli eventi, in cui ognuno agisce come attore consapevole del proprio sé, nella costruzione dell'immenso mosaico della storia e dell'esistenza, nel corso ricorsivo, ciclico, proteiforme dell'evoluzione dei tempi, del relazionarsi degli eventi.

Solo riappropriandoci, come società multietnica, aperta alle frontiere e ai confini europei, di un'identità oramai ottenebrata e degradata dal consumismo esasperato, dal livellamento culturale delle coscienze, da stravolgimenti economico/sociali apportati dagli ingenti fenomeni di capitalizzazione industriale delle risorse collettive, solo diventando attori del proprio sé, protagonisti consapevoli della propria storia di vita e di formazione, sarà possibile recuperare i valori del confronto e dell'arricchimento culturale reciproco, nell'ambito di quella pluralità d'identità che agiscono all'interno del tessuto sociale. Occorre un'accoglienza, un'accettazione non falsamente e ipocritamente tollerante del diverso, dell'altro da sé, dell'immigrato, dello straniero portatore di novità, di cambiamento, una riconquistata consapevolezza a partire dalla riflessione sul passato storico personale, individuale e collettivo, volta a rispondere alle domande esistenziali ultime dell'uomo sulla sua storia: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. L'idea di un 'pluriverso' religioso può essere utile per capire che il paesaggio religioso è una realtà policroma e dinamica, che attraversa e va al di là di tutte le religioni, per investire il mondo della vita nella sua complessità.

Ho detto sopra della coesistenza di opzioni religiose diverse e talora antitetiche negli spazi più diversi. Il futuro è sempre più affidato alla responsabilità individuale di alimentare la forza dell''eresia' o, per dirla con Peter Berger, dell''imperativo eretico', che non coincide con un'estetica del contrario e del differente. Il dialogo interreligioso si dimostra una delle sfide più importanti del nostro tempo, non soltanto nell'ottica della convivenza, ma anche in quella dell'autocomprensione delle fedi.
Esso infatti è la strada attraverso cui ciascuna religione può penetrare sempre più profondamente dentro la ricchezza della propria tradizione, cogliendone ed esprimendone l'essenziale.

Quali dunque i confini del religioso? Quale la mappa delle religioni in quanto fatto espressivo del vissuto delle donne e degli uomini nella loro storicità, che di per sé non postula rapporti di adesione e di appartenenza alle istituzioni confessionali?
Siamo di fronte a un vasto paesaggio della Lebenswelt, appunto, di un religioso senza specificazioni ulteriori, di un religioso implicito e senza nome, di fronte al quale si rivelano incerte e inadeguate coppie analitiche quali sacro-profano, magico-religioso, visibile-invisibile, razionale-irrazionale, credente-non credente. Viviamo in un tempo in cui tutto viene rimesso in discussione e di conseguenza stiamo affrontando una crisi di intelligibilità: il divario fra ciò che si dovrebbe comprendere e gli strumenti concettuali necessari alla comprensione si allarga sempre di più. Un mondo scosso da formidabili mutazioni tecnologiche, dal persistere di disordini economici e da crescenti pericoli ecologici. Queste scosse si traducono in un disorientamento sociale nell'esplosione di disuguaglianze, nell'apparizione di nuove forme di povertà e di esclusione, nella crisi del valore rappresentato dal lavoro, nel malessere del potere, nella disoccupazione di massa, nell'avanzare dell'irrazionale, nella proliferazione dei nazionalismi, degli integralismi, della xenofobia e, simultaneamente, in una ripresa delle preoccupazioni etiche. Su questo sfondo, come più volte si è accennato e come ricordava mons. Vincenzo Paglia in un'intervista, "sembra predominare un solo grande ideale: l'interesse. Qualcuno lo ha definito il nuovo dio, il dio denaro. È questo che fa scendere le tenebre".

Dietrich Bonhoeffer, nelle sue riflessioni teologiche sulla situazione del cristianesimo, afferma: "La nostra chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la propria sopravvivenza come fosse fine a se stessa, è incapace di essere portatrice per gli uomini e per il mondo della parola che concilia e redime. Perciò le parole di un tempo devono perdere forza e ammutolire. Non è compito nostro predire il giorno, ma quel giorno verrà, in cui degli uomini saranno chiamati a promuovere la parola di Dio in modo tale che il mondo ne sarà cambiato e rinnovato. Sarà un linguaggio nuovo, forse completamente non religioso, ma capace di liberare e di redimere, come il linguggio di Gesù". Non spetta a noi fare profezie. Indubbiamente è in atto sullo scenario mondiale una vasta produzione simbolica di molti gruppi e denominazioni, spesso fusi fra di loro, la quale ripropone rituali che prescindono dal terreno culturale su cui poggiavano e da cui traevano significato. Che dire infatti dei veri e propri puzzle di dottrine e tradizioni che procedono verso una sorta di 'sfondamento' dell'essere che ci costituisce?

C'è da augurarsi che l'uomo contemporaneo comprenda che il dubbio non è affatto negativo e che una reale crescita è possibile solo quando si è disposti a gettare qualche ombra sulla percezione di sé. L'io incerto finisce col diventare un presupposto e una garanzia per la ricerca di una 'soglia oltre i limiti'. In questo senso l'incertezza si coniuga con un nuovo senso di irrilevanza che l'uomo religioso avverte di fronte al tempo, di fronte agli altri e alla natura.

Scriviamo queste pagine mentre ancora oggi sulle coste del Mediterraneo arrivano i naufraghi di un'odissea che ha inizio nei luoghi più martoriati della miseria; i relitti che si allineano sulle nostra banchine sono l'icona di un dramma in cui vivono milioni di dannati della terra. Viene da chiedersi, anche nei loro confronti: "Di che colore è la pelle di Dio?".

Post Scriptum

Proprio in questo contesto, in cui viene spontaneo riflettere sul ruolo dei sociologi e sul destino del fatto religioso in Italia, il pensiero va a un antesignano e maestro della sociologia religiosa in Italia: Silvano Burgalassi. È scomparso nel mese di giugno nella sua Pisa, che gli ha reso omaggio con un imponente funerale. Religioni & Società gli rivolge un deferente pensiero e lo ricorda con affetto ai suoi lettori.
Mentre correggiamo le bozze apprendiamo la notizia del decesso di Bryan Wilson, figura di primo piano della Sociologia della religione. La scomparsa è avvenuta il 9 ottobre u.s. Un deferente ricordo di Religioni & Società.

Arnaldo Nesti


Letto 1690 volte
Vota questo articolo
(0 Voti)
Devi effettuare il login per inviare commenti
In primo piano
Canali Tematici