Giovedì, 16 Luglio 2020 04:03

La difficile transizione della Comunità di Bose

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Trasmettiamo una nota scritta a quattro mani dal prof. Nesti e da Mariangela Maraviglia. Il è testo di in ogni caso la riproduzione fedele di un contributo sulla “questione Bose”  che uscirà sul prossimo numero "Religioni e Società".

La difficile transizione della Comunità di Bose

«Non siamo migliori».

Applicando a sé questo risoluto motto – coniato da Enzo Bianchi e titolo di un suo libro sulla vita monastica (Qiqajon 2002) – la Comunità monastica di Bose ha scritto quello che per ora è l’ultimo capitolo di una vicenda emersa pubblicamente pochi mesi fa ma che travagliava da qualche tempo la sua vita interna.

Porta quel titolo una lettera pubblicata il 19 giugno 2020 sul suo sito, che annuncia l’esito di una visita apostolica inviata dalla Santa Sede ed effettuata dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020 da tre religiosi: un esperto in psicologia e relazioni umane (p. Amedeo Cencini); un abate benedettino (p. Guillermo Arboleda); una badessa trappista (m. Anne-Emmanuelle Devêche). Una visita, si scrive riprendendo un precedente comunicato, inviata dalla Santa Sede come «aiuto a discernere le cause profonde di un grave malessere relativo “all’esercizio dell’autorità, la gestione del governo e il clima fraterno”».

La lettera comunica che, a quattro mesi dalla relazione, stilata dai visitatori dopo un lungo ascolto di tutti i fratelli e le sorelle di Bose, la Santa Sede ha emanato due documenti: un «decreto singolare, approvato dal Santo Padre in forma specifica», con la disposizione che il fondatore fr. Enzo Bianchi e due monaci e una monaca (Lino Breda, Goffredo Boselli, Antonella Casiraghi) si allontanino temporaneamente dalla Comunità; una lettera del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin al priore fr. Luciano Manicardi, che indica un cammino di revisione della vita monastica, da compiere con la supervisione di p. Amedeo Cencini in veste di «delegato pontificio con pieni poteri».

Due disposizioni trapelate ancora prima della comunicazione ufficiale da parte della comunità e subito al centro di un vasto interesse e di un’ampia e condivisa preoccupazione, per l’oggettivo rilievo ecclesiale e pubblico dell’esperienza di Bose e il suo significato nella vita di molti. La Comunità di Bose – nella cascina piemontese presso Magnano (Biella) dove è nata e nelle fraternità di Assisi, Ostuni, Cellole, Civitella San Paolo – è frequentata infatti ogni anno da migliaia di persone, e il suo fondatore è figura carismatica e voce massimamente ascoltata, capace di interloquire con i protagonisti della cultura contemporanea, di avanzare proposte e critiche con intelligente parresia, di interessare vaste platee popolari. Dalla sua nascita, nel 1968, come comunità di preghiera e di accoglienza composta da uomini e donne provenienti da diverse chiese cristiane, è stata un costante riferimento per una «generazione Bose» – come l’ha chiamata lo storico Massimo Faggioli (La Croix International, 10 giugno 2020) –, che vi ha riconosciuto lo spirito di rinnovamento e di ressourcement, il ritorno alle fonti, proprio del Concilio Vaticano II. È promotrice di qualificati corsi biblici, giornate di approfondimento, convegni ecumenici e liturgici di caratura internazionale: dentro e oltre gli ambiti delle Chiese cristiane ha conquistato la fiducia di persone dai diversi orientamenti religiosi e culturali, promuovendo, anche attraverso l’avviata casa editrice Qiqajon, «lo studio, la conoscenza, la profondità e l’ardire del pensiero» come orizzonte ineludibile per ogni fede e ogni antropologia contemporanea (Riccardo Larini, Il caso Bose, all’indirizzo http://confini.blog.rainews.it/2020/06/03/il-caso-bose-intervista-a-riccardo-larini/).

Questa affermazione e questa visibilità sono state in qualche modo “scontate” con l’inevitabile risonanza mediatica suscitata da una vicenda che ha messo in luce alcune debolezze e sembra aprire una nuova fase nella storia della Comunità.  

Le debolezze, come suggeriscono le pur scarne parole della lettera, attengono al delicato passaggio di guida dal fondatore al nuovo priore, eletto nel 2017 dopo le dimissioni di Bianchi. La figura di Manicardi, maestro dei novizi e per nove anni vicepriore, non è stata sufficiente ad assicurare quella transizione nella continuità sempre auspicabile e comunque difficile anche in realtà monastiche meno esposte di Bose a una vasta attenzione. Il testo precisa che Enzo e gli altri allontanati «restano fratelli e sorelle di Bose», che si tratta di «un allontanamento temporaneo» e che non vi è per loro «nessun divieto di esercitare il ministero monastico». Tuttavia il provvedimento resta assai severo e rivela vissuti dolorosi non solo per i quattro coinvolti – l’anziano fondatore per primo – ma anche per la Comunità tutta, che indica nella figura del «divisore» le gravi tensioni interne che non è riuscita autonomamente a ricomporre.  

Sul fronte della vita comune la lettera puntualizza che non sono in discussione le «peculiarità più preziose» di Bose: «la scelta della vita monastica nel celibato e nella vita comune, la presenza di fratelli e sorelle in un’unica comunità, la composizione ecumenica dei suoi membri e il suo prodigarsi nel movimento ecumenico». È però inevitabile che la prefigurazione, in quelle stesse righe, di «un cammino da intraprendere per garantire la permanenza e lo sviluppo del carisma fondativo di Bose negli anni a venire» faccia sorgere preoccupazioni e domande su un temuto stravolgimento di una presenza e una realtà avvertite come prezioso e inalterabile «“bene comune” ecclesiale» (Luciano Guerzoni, Adista, 5 giugno 2020).

Voci amiche e osservatori esterni si concentrano soprattutto su un possibile diverso futuro inquadramento nel diritto canonico della Comunità, su una ipotetica trasformazione da Associazione privata di fedeli, forma giuridica attuale, in Istituto di vita consacrata, sottoposto non più all’ordinario diocesano ma alla Congregazione pontificia dei religiosi. Significherebbe, si scrive, rinunciare alla profetica “laicalità” voluta dal suo fondatore, abdicare a quella «extra-ordinarietà» che fa di Bose un unicum nel panorama monastico contemporaneo.          

D’altro canto l’istituzionalizzazione delle esperienze religiose è evento storicamente ripetuto e forse inevitabile: Bose stessa ai suoi inizi, oltre cinquant’anni fa, non aveva alcuna configurazione canonicamente riconosciuta, e i primi passi verso una più definita vita monastica non sono stati indolori in termini di dissociazioni e allontanamenti. Sia pur segnata da un evento traumatico, Bose è una Comunità che sta continuando un suo cammino e una sua evoluzione guidata dal priore da lei legittimamente eletto.

Ci sarà un tempo per analizzare la questione in maniera compiuta.

Ora crediamo sia il momento del silenzio, nella viva speranza che le lacerazioni vengano ricomposte, e che un fenomeno di tutto rilievo del cristianesimo contemporaneo non perda la sua autonoma vitalità e la sua eloquenza.

E intanto apprezziamo quel «non siamo migliori», con cui le sorelle e i fratelli di Bose prendono le distanze dalle mitizzazioni di cui è così affamata la nostra epoca e da cui neppure la Comunità e il suo fondatore sono stati risparmiati.

                                                                          

Firenze, 10 luglio 2020

Arnaldo Nesti

Mariangela Maraviglia

 

Enzo Bianchi durante la lectio magistralis alla Summer School on Religions 2011

 

Enzo Bianchi durante un momento conviviale della Summer School 2011

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